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dj I performance

DJ A PAROLE
l’unico Dj che non mette musica (45’)

valerio millefoglie
sabato 12 dicembre h 18.30 @ caosmos gallery

dopo il successo dello scorso 28 novembre alla Triennale di Milano è a Napoli Valerio Millefoglie con il suo DJ A PAROLE

Non ha vinili, ha l’alfabeto. Non mette l’ultima hit, mette frasi prese da ovunque. Da film,  da programmi radiofonici di una volta, da monologhi d’autore e da discorsi da bar registrati di nascosto e riproposti senza privacy.

Un blob per sole orecchie che fa ballare a tempo di una balbuzie ritmica e della cantilena-scioglilingua dei venditori di mucche di un vecchio documentario di Werner Herzog. E ancora frasi mandate in saturazione agitando le manopoline di un campionatore d’epoca, concetti stretchati, libri letti al contrario che rivelano messaggi demoniaci come dischi heavy metal, il tutto intramezzato da veloci composizioni per voce e pianola Bontempi.

L’evoluzione della parola e del silenzio.

Un dj set dalla A alla Z, per uscirne con la maglietta, e con la mente, sudata.

Genere: discoteca con netiquette da biblioteca.

Dietro le cuffie di DJ A Parole c’è Valerio Millefoglie, autore del romanzo trasformista “Manuale per diventare Valerio Millefoglie” (Baldini&Castoldi Dalai, 2005) da cui sono stati tratti un reading portato in tour con CapaRezza e una canzone inedita nell’ultimo best of di Eugenio Finardi. Ha scritto su «Linus», «Rolling Stone», «Il Mucchio».

www.valeriomillefoglie.com
www.youtube.com/quantamarmellata

Come sono diventato l’unico dj che non mette musica

Due cose mi hanno sempre affascinato. Le camerette e i tasti. Le camerette sono dotate di porte, di tapparelle e di tutto quello che ci sta dentro. I tasti corrispondono alle azioni. Spingo e qualcosa ha inizio. Ed ecco il frullato, ed ecco il toast, ed ecco il Rec. Circa un anno fa ho deciso di dare un tocco di tasti in più alla mia casa, che è tutto tranne che casa. Non faccio frullati, non faccio toast, non mi resta che fare Rec. Sono andato sul sito di compravendita e-bay e ho cercato un campionatore. E’ stato un acquisto fatto d’istinto. Ne ho trovato uno molto bello, abbastanza vecchio e ho fatto la mia offerta. Ne sono arrivate altre, ma per tre giorni ho tenuto testa a tutti e me lo sono aggiudicato. Un vecchio campionatore Roland Sp 404 pieno di manopoline, tastini ed entrate per cuffie e microfono. Io e il venditore ci siamo dati appuntamento fuori dalla metropolitana Moscova di Milano. L’ho riconosciuto dal gel. Dalla scala mobile del metrò ho visto spuntare prima un ciuffo di capelli neri, ben dritti, gli facevano un muro in testa, svettavano superbi verso la superficie. Poi ho visto spuntare degli occhialoni da sole con la montatura colorata viola e due braccia, in una felpetta a stelline, strette attorno a uno scatolone con il logo della Roland. Era il mio dj. Ci siamo salutati da colleghi. Non potevo certo spiegargli che io non lo sono affatto e che gli compravo il campionatore solo per ripicca contro frullatori e tostapani. Mi ha proposto di andare a prenderci qualcosa da bere così ci siamo recati in un bar molto chic. Io, un giovanissimo dj e un campionatore di entrambi. Abbiamo ordinato del vino. Poi il giovane dj ha chiesto alla cameriera un tovagliolo. Il tovagliolo era sul tavolino affianco al nostro. Avrebbe potuto prenderlo lui allungando un braccio. La cameriera mi ha guardato come per dirmi “ma è scemo”. Io che sono un vigliacco ho abbassato lo sguardo. L’ho usato soltanto per poche serate, mi ha detto il giovane dj battendo la mano sullo scatolone, fino a quando non mi sono accorto che non mi serviva molto, ora utilizzo un Aiogeooicbowbf (non ricordo la marca nè il modello del campionatore nuovo da lui usato). Metto musica tecnhotonic. Ah,  ho detto io, sperando che quel mio “ah” gli trasmettesse “ah certo che so di che si tratta”. E tu, mi ha chiesto, tu che musica metti? Non mettendo alcuna musica io, su due piedi gli ho risposto Non metto musica, metto parole. Lui non l’ha capito e ci ha bevuto sopra. Io anche. Tornato a casa con il mio nuovo campionatore ho cominciato a campionare frasi. Prima dette da me. Poi dette da altri, di solito gente sconosciuta presa a caso digitando assurdità su youtube. Poi sono andato a digitare in rete quelli che sono i miei riferimenti: Ettore Petrolini, Antonio Rezza, l’alfabeto letto dai piccoli. Ho iniziato a mixarli spingendo tastino dopo tastino. Sentivo che formavano dei discorsi più ampi, e che in comune non avevano solo lettere, ma molto di più, tanto da poterli davvero miscelare come due vinili, tanto da dargli un tempo ritmico, effettarli, ribatterli, farli dialogare. Ho chiamato alcuni amici scrittori, qualcuno è venuto a casa da me, qualcun altro sono andato a trovarlo io, gli ho messo il microfono davanti e li ho registrati a random. Con il registratore del cellulare sono andato in giro a catturare di nascosto i discorsi della gente sui tram, per strada, negli uffici o al bar. Una mattina ho registrato un barista che augurava così tanti buongiorni da non averne più nessuno per lui e per tutta la sua famiglia. Poi tornato a casa li ho tagliati e li ho inseriti in un dj set. Un dj set fatto tutto di parole. Come il mio nome. Dj A Parole. L’unico dj che non mette musica. La postazione del campionatore è in salone, sopra un mobile bar d’epoca. Io mi sistemo su uno sgabello girevole. Era a casa dei miei genitori e da piccolo vedevo questa struttura immensa su cui dovevo arrampicarmi. Ora posso facilmente dominarla. Al mio fianco ho la libreria, la videoteca, il computer e svariati strumenti giocattolo, pupazzi carillon, autobus in miniatura e col sonoro, radioline, cassette, ho tutto il mondo nella cameretta. Quando sono in salone non faccio altro che chiudere la porta di casa, mettermi le cuffie e cominciare a mixare, a scoprire gente su youtube, a leggermi passaggi di libri o a guardarmi spezzoni di film e serial tv. Molti finiscono sui tasti. Io ballo, mi agito, pompo i bassi, lavoro sui difetti di pronuncia, sui respiri, su frasi come “Divertiti, divertiti perché sei giovane!”, “In questa chiesa ci si sente accolti meglio che in un circolo Arci”, “Amico vento viene veloci”, frasi mandate in loop, a ripetizione, saturate che dimostrano tutta la drammaticità delle parole “divertimento”, “giovane” e della solitudine dell’amico vento che viene veloce.

Dj A Parole


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