[contemporanea 09] martedì 19 maggio THE COST OF LIVING, DV8

martedì 19 maggio > DV8 > The Cost of Living

il video THE COST OF LIVING
l’auore Lloyd Newson
la compagnia DV8

The cost of living s’interroga sul “costo della vita” e sul “costo del vivere”, sugli ideali e sull’ipocrisia, sul comune senso del pregiudizio che circonda e corrode la vita personale di ogni uomo.
Il lavoro di Lloyd Newson e del DV8 Physical Theatre non critica soltanto la società, ma si propone di cambiarla, in un certo senso. In The cost of living il corpo diventa uno strumento per raccontare storie, quotidiane ma non comuni, di persone costrette ad affrontare il proprio allontanamento dal mondo: lo sguardo affonda dentro figure autentiche e fragili, scacciate ai margini per le loro differenze.
Una diversità che Newson trasmette come ricchezza, nei movimenti di performers differenti, fra loro, per età, dimensioni ed abilità fisica: ci sono due donne, alle quali viene chiesto di lasciare il Royal Ballet di Londra, una perché sta diventando troppo alta e l’altra perché ha problemi di peso; c’è un uomo di 150 chili e una settantaquattrenne che si muovono meravigliosamente; perfino un uomo che non ha più le gambe.
Come sempre nei suoi lavori, Newson lascia che emergano le verità più crudemente quotidiane, ovvero le normali e giornaliere costrizioni: ciò che siamo e quello che ci impongono di essere, pena l’esilio dal mondo. Lo spettacolo si trasforma così in un elogio dell’imperfezione, reale ed unico squarcio fra le omologazioni del mondo quotidiano, quelle che l’occhio dell’abitudine rende ormai impercettibili. C’è una verità fisica nel movimento, necessaria e provocatoria perché capace di destare, e Newson la cerca nell’umanità di chi non è più in grado di nascondere le proprie debolezze e di coloro che si ribellano al conformismo, e, come già era avvenuto in Enter Achilles, straordinario racconto sulla sessualità, non c’è posto qui per la facile comprensione o per il sentimento qualunquista.

Lloyd Newson fonda il DV8 nel 1986 a Londra, dopo aver lavorato, tra il 1981 e il 1985, con coreografi quali Karole Armitage, Michael Clark, David Gordon, Daniel Larrieu e Dan Wagoner.
Anche grazie all’esperienza di insegnante in Gran Bretagna, Australia e Sudamerica, egli è stato il primo in patria a ribattezzare il proprio lavoro “teatro fisico”. Compiendo quindi uno sforzo molto complesso sui danzatori, teso a creare una relazione indissolubile fra movimento e significato, Newson li incoraggia a ricercare modi di muoversi personali ed unici, il loro “vocabolario del movimento”. Quest’ultimo, infatti, per il coreografo, va articolato in un sistema espressivo massimamente integrato e ricco: «Cerchiamo un movimento che esprima il significato o l’idea che noi presentiamo istante per istante; se il movimento non riesce in questo compito, noi impieghiamo parole e canzoni per sostenerlo».
Newson ha abbandonato la danza tradizionale poiché la considera mancante di specificità, di problematicità e di rigore al di là della tecnica. Il suo rifiuto dell’astrazione, l’approfondimento sul significato del movimento e l’articolata adesione alle più attuali problematiche sociali hanno radicalmente rovesciato i principi estetici e formali sui quali è fondata gran parte della danza moderna attuale. Il DV8 Physical Theatre lavora quindi sul rischio, esteticamente e filosoficamente, sull’abbattimento delle barriere fra danza, teatro e individuo e, soprattutto, sulla comunicazione di idee e sentimenti in modo chiaro e senza pretese.
In ognuno dei suoi lavori, il DV8 ha coinvolto scenografi e compositori in grado di contribuire ad una complessa integrazione estetica fra corpo, architettura e musica, conferendo un impatto agli spettacoli ideati da Newson che ha suscitato adesioni e scandali fin da My sex, our dance, il primo lavoro ufficiale del DV8 Physical Theatre; con le successive produzioni Deep end (1987), eLeMeNt(h)ree sex (1987) e Dead dreams of monochrome men (del 1989, da cui il DV8 ha tratto un film), Newson ha approfondito con coerenza esemplare la sua analisi sull’uomo e sulla società.
I film del DV8, Strange Fish ed Enter Achilles, hanno vinto il Prix Italia rispettivamente nel 1994 e nel 1996. Tra le ultime produzioni del gruppo si ricordano Can we afford this /the cost of living (2000), una spietata analisi sulle ipocrisie e i pregiudizi, rielaborata per una performance al Tate Modern di Londra (2003) e Just for show (2005), sui meccanismi dello spettacolo, in un mondo in cui sembrare bravi è diventato più importante dell’esserlo.

www.dv8.co.uk

Coreografia e regia Lloyd Newson
Scene Lloyd Newson e Liam Steel
Suono e musiche Paul Charlier
Adattamento vocale Melanie Pappenheim
Suoni Gareth Fry
Luci Jack Thompson
Costumi Katy McPhee
Performers Jose Maria Alves, Robin Dingemans, Irene Hardy, Tom Hodgson, Eddie Kay, Eric Languet, Matthew Morris, Eddie Nixon, Kareena Oates, Talia Paz, Rowan Thorpe, David Toole, Vivien Wood, Arnon Zlotnik

Co-produzione DV8, Théâtre de la Ville and the Festival d’Automne; Romaeuropa Festival 2003; Julidans Festival / Stadsschouwburg Amsterdam; PACT Zollverein / Choreographisches Zentrum NRW; Hebbel-Theater Berlin.

Originariamente commissionato dal Sydney 2000 Olympic Arts Festival, e co-prodotto da DV8 e Royal Festival Hall, in associazione con Dance Umbrella.


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